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Mudiwa

Mudiwa

Siamo uno addosso all’altro, sento il respiro di persone che non conosco su di me, ma li sento fratelli. Siamo fratelli nella disperazione per molti, io preferisco fratelli nella speranza.
Sono partita giorni fa su una di quelle che in Italia chiamate bagnarole cariche di clandestini e che per me e i miei fratelli è la nave che salpa verso una nuova vita, una vita migliore di quella che ci lasciamo alle spalle.
Per voi siamo quelli che rubano il lavoro, delinquenti clandestini da far annegare lontano dalle vostre coste; vorrei per un minuto farvi vedere la nostra vita con i nostri occhi.
A casa nostra siamo in 16, viviamo in una piccola capanna all’interno del villaggio; l’acqua dista decine di chilometri che ogni giorno percorriamo tra tanti pericoli. I leopardi per noi non sono animali da ammirare su splendide jeep e da fotografare, sono i predatori che cerchiamo di evitare per raggiungere l’acqua. Quella strada a volte diventa il nostro cammino verso la morte, lo sappiamo, ma dobbiamo percorrerla altrimenti la morte arriverebbe a noi sotto altre forme, ancora più terribili.
Mi chiamo Mudiwa, che in lingua Shona significa “amata”. I miei genitori mi hanno amata dal primo giorno, sono la quattordicesima figlia, unica femmina.
Ho 14 anni e sono partita dallo Zambia, dopo la morte di quattro dei miei fratelli. Mio padre è morto mentre cercava cibo per noi, probabilmente ucciso da un leopardo, da una iena o morso da qualche serpente, non abbiamo mai saputo nulla di lui da quella maledetta mattina che è uscito e mi ha baciato come faceva ogni giorno, dicendomi <<Ti voglio bene, mia piccola stella>>. 
Troppo dolore, troppa fame per restare al villaggio, ho deciso che dovevo raggiungere l’Europa per trovare lavoro e aiutare la mia famiglia.
Dallo Zambia alla Libia ho percorso quasi 10.000 chilometri in oltre cinque mesi di viaggio: Congo, Uganda, Sudan del sud, Etiopia, Eritrea, Sudan, Chad, Nigeria, Niger e Libia. Non so quante volte ho rischiato la vita, ho perso il conto, ma avevo una meta, cercare lavoro per aiutare la mia famiglia. Durante il viaggio in molti mi avevano detto di raggiungere il porto di Bengasi in Libia, da lì partivano le navi della speranza. Avevo i soldi che tutta la mia famiglia aveva raccolto per pagarmi questo viaggio, erano un tesoro per noi, non potevo fallire, ero la sola speranza per tutti.
Giunta in Libia ho scoperto che i soldi non bastavano e non ne avevo abbastanza per tornare indietro. Non sapevo come fare e uno degli scafisti mi ha detto che avevo una fortuna, il mio corpo, bastava venderlo ai turisti europei.
Per quasi un anno non so quanti maschi hanno usato il mio corpo, per me era diventato tutto automatico dopo qualche settimana. Mi ricordo la prima volta, ho piano tutto il tempo ma quell’europeo, vecchio e grasso, non si è accorto di nulla, per lui non ero nemmeno un essere umano, ero solo un buco da usare per il suo solo piacere. 
Tante volte ho pianto mentre mi vendevo per soldi, ho pianto fino a quando le lacrime sono finite, non ne avevo più, non sentivo più nulla, avevo imparato a fuggire in un mondo mio, un mondo di fantasia e mentre quei vecchi bianchi mi usavano, io ballavo e giocavo nel mio villaggio, con i miei fratelli, con i miei amici ed ero felice.
Una volta raccolti i soldi sono partita da Bengasi verso l’Italia. Il mare è agitato, la nostra barca ondeggia, ho paura, due giorni fa sono caduti in mare in tre e chi comanda la nostra nave non ha fatto nulla per aiutarli, li ha abbandonati in quel mare gelido, condannandoli a una morte orribile. Sento i lamenti degli altri, io ho imparato a tenermi tutto dentro, a non mostrare la mia paura. Gli schizzi d’acqua gelida sono una tortura costante, si dorme per qualche minuto, ma la paura ci tiene svegli. 
E’ tutto buio intorno a noi, la luna è coperta dalle nuvole, i nostri comandanti ci dicono che tra poco saremo in Italia, dovremmo gettarci dalla nave e non fare mai i loro nomi una volta arrivati a riva, altrimenti i loro amici avrebbero sterminato le nostre famiglie. Sento alcuni che urlano che non sanno nuotare, ma i nostri aguzzini non sentono ragione e li buttano in acqua per primi. 
Il buio è nostro alleato per non farci scoprire prima di toccare il suolo italiano.
Non so nuotare neanche io, a casa mia non c’è il mare, non lo avevo mai visto prima, ma non dico nulla, sarebbe inutile.
Prego Dio, sì, sono cristiana battezzata come voi italiani, ho il vostro stesso Dio e lo prego con le vostre stesse preghiere che mi hanno insegnato alcuni missionari cattolici. 
E’ arrivato il mio momento, un vecchio, vicino a me, mi ha dato un pezzo di legno e mi ha detto di restarci aggrappata per galleggiare. Sento le mani di uno dei capi afferrarmi e scaraventarmi fuori dalla nave come fossi un sacco. L’acqua è gelida, il vento soffia forte, ho freddo, resto attaccata a quel pezzo di legno e non affogo, ce la farò, Dio mi sta aiutando. 
Intorno a me sento urla e percepisco il terrore di molti, non si vede nulla, ci hanno detto solo che davanti a noi c’è l’Italia, la nostra speranza, la speranza delle nostre famiglie.
Continuo a muovere le gambe e ad andare nella direzione che ci hanno detto di seguire. All’improvviso il vento, sempre più forte, spazza via le nuvole davanti alla luna ed essa illumina tutto. È una splendida luna piena, sono felice, mi sento più sicura, come se la luce della luna fosse una corazza in grado di difendermi da tutto l’orrore che da quando sono nata mi fa “compagnia”.
Alzo lo sguardo per vedere la terra ferma, per vedere la vostra Italia, ma non vedo nulla, mi giro intorno e non vedo nulla tranne altri disperati come me, quelli che voi insultate e odiate perché vi rubano tutto. La nave che ci ha gettato in mare è sparita, ci hanno ingannato, non siamo vicini all’Italia, siamo in mezzo al mare, abbandonati e andiamo incontro ad una morte certa. Dopo tanto sacrificio e tanto orrore vado incontro alla morte, nemmeno Dio mi ha ascoltato, ho pregato tanto nella mia breve vita, ma Dio evidentemente non ascolta coloro che rubano il lavoro agli italiani. 
Non ho più forza, il freddo dell’acqua e del vento hanno irrigidito i miei muscoli, non serve a nulla lottare. Lascio la presa sul pezzo di legno e mi lascio andare, mentre affondo nell’acqua gelida, chiudo gli occhi e non prego più, mi rifugio nel mio mondo di fantasia e gioco con i miei fratelli e amici, felice. Sento una voce, è mio padre che mi dice <<Ti voglio bene, mia piccola stella>> ed io non sono mai stata felice come ora che sto morendo.

Pubblicato il 20/4/2015 alle 6.19 nella rubrica Diario.

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